TACCHETTO 21: INTERVISTA A FRANCESCA REBECCHINI

30 Gennaio 2020

Questa rubrica è un mosaico di ritratti femminili. Filo conduttore la palla ovale, incontrata in modi e circostanze di vita diverse, e il racconto della donna come sportiva ed eterna fonte d’ispirazione.

Francesca Rebecchini

A Roma è uno di quei pomeriggi da chiudere le persiane, mettersi sotto le coperte, spegnere la luce e dormire fino al giorno successivo, se uno non è nativo della Pianura Padana, un pesce, o un rugbista. C’è acqua dappertutto: lungo le strade, sui tergicristalli impazziti delle auto, sui cappotti, dentro le scarpe, e naturalmente, nel pc senza custodia di chi deve intervistare Francesca Rebecchini.

Nella Rugby Capitolina c’è il Palatenda, all’interno dello storico ritrovo del terzo tempo, c’è una sala video, nella sala video una luce al neon: seduta sotto quella luce una donna zuppa di pioggia ne aspetta un’altra.

Francesca entra con la consueta disinvoltura, si scrolla qualche goccia d’acqua da una cerata blu très chic, niente affatto scomposta dal fragore del temporale, si siede e racconta sorridente la storia della sua vita.

Sorella maggiore di tre fratelli, romana, trascorre un’infanzia serena, nonostante la  tardiva separazione dei genitori quando lei sarà già sposata.

Tra i suoi luoghi del cuore da ragazza, l’Isola di Ponza e il Terminillo. Della prima ricorda il mare cristallino, le pietre di cui sembra conoscere anche il nome, il carattere degli abitanti, la festa di san Silverio nel mese di giugno, e i bei tempi prima della tecnologia, in cui a causa delle mareggiate si poteva restare per giorni tagliati fuori dal mondo.

Al Terminillo associa lo sci: il suo sport d’elezione  e il dardo scelto da Cupido per farle incontrare suo marito, socio fondatore dell’Unione Rugby Capitolina.

ph. Luca Spoleti

Se ti guardi indietro, qual è un tratto della tua personalità che è nato con te e non ti ha mai abbandonato?

L’ottimismo. Sono una persona positiva, solare, con i dovuti alti e bassi naturalmente.  Credo siano queste le caratteristiche che hanno colpito mio marito Onorio: mi disse di essere alla ricerca di una persona che ama la vita, mi ritengo in effetti una donna felice.

Avevi da ragazza un’aspirazione viscerale, un sogno nel cassetto? 

Diventare una sportiva ad alto livello: nello sport sono sempre riuscita con molta facilità, senza particolari sforzi, chissà forse proprio questo non ha reso automatico un percorso da atleta professionista con la spinta necessaria a superare grossi ostacoli.

Non ho avuto aspirazioni intellettuali e oggi ho forse il rimpianto di non aver approfondito uno specifico campo di interesse e portarlo avanti.

A quanti anni hai conosciuto tuo marito? cosa ti ha colpito in lui?

Ci siamo conosciuti a 15 anni: mi ha sempre detto di sapere già che sarei stata la donna della sua vita, mi conquistò durante un viaggio in macchina tra Bormio e Milano, parlammo ininterrottamente: mi colpì la determinazione, l’ostinazione con cui perseguiva il suo obiettivo. A vent’anni lo avevo già sposato.

Tu hai dato la vita a cinque figli: qual è il dono interiore con cui ognuno, in maniera diversa, ti ha ricambiato?

Matteo è stato il primo, a lui devo la mia vita familiare: sono rimasta incinta giovanissima, lui rappresenta la prima esperienza, la sorpresa della maternità, momento irripetibile per ogni donna.

Gregorio è stato un bambino affettuosissimo e solare, sempre bisognoso di punti di riferimento, capace di trasmettere positività.

Marilù è il mio alter ego, ma in meglio: unica femmina della mia famiglia, posso dire che oggi è diventata una donna completa, in gamba. La ammiro molto.

Benedetto è una mente vivace, da fratello maggiore vicino di età al figlio più problematico, si è dovuto adattare; mi ha insegnato a capire e rispettare la giusta distanza: non c’è dubbio sia stato il più penalizzato dalle circostanze. Su questo ha saputo costruire un’identità forte, è una persona intelligente, amata da tutti.

Martino è il valore aggiunto della nostra famiglia: con la sua disabilità ci ha aiutati, ci ha reso quello che siamo, una famiglia unita e forte di fronte alla vita.

Sei nonna di nove nipoti, che nonna sei?

Una nonna sprint: amo stare con i bambini e cerco di dedicarmi a loro insieme e individualmente. Credo che una nonna abbia anche un compito educativo, non solo ludico e affettivo, credo che vada rispettata in quanto tale e in generale è più facile guadagnarsi il rispetto se trasmetti principi, educazione, confini necessari ad affrontare la vita.

Parliamo della Capitolina, quali sono i primi ricordi della fondazione di questo Club?

Quando Onorio nel ‘96 mi portò per la prima volta a vedere lo spazio selvaggio dell’attuale Capitolina, dovetti fare un grande sforzo di immaginazione: vedevo solo il grande terreno che oggi comprende i due campi, incolto, con l’erba alta un metro e mezzo.

Ricordo il fascino della terra rossa che si intravedeva scostando cespugli e siepi, a svelare in passato la presenza dei venti campi da tennis del circolo fondato dalla campionessa Sandonnino. Da  giocatrice di tennis mi face molto effetto.

Ricordo i ruderi: uno al posto dell’attuale  Club House, uno dove oggi ci sono spogliatoi e palestra, in cui alloggiavano addirittura degli abusivi, trasferitisi all’inizio dei lavori.

Un altro rudere era in fondo, oltre il campo due, con la piscina completamente all’abbandono: un acquitrino con qualche ranocchia che saltava su e giù. Da lì nacque tutto.

C’è qualcosa che “rimpiangi” di quel periodo più pioneristico?

Il totale senso di aggregazione, essere un gruppo di amici con un unico sogno, legati dallo stesso spirito di iniziativa, dalla voglia di fare insieme qualcosa di bello, rivelatasi poi vincente. Ricordo ancora con emozione la cerimonia in cui abbiamo tirato su i pali.

Tu e il Rugby: come lo hai scoperto, qual è stato il rapporto tuo e dei tuoi figli con questo sport?  

Il rugby l’ho scoperto attraverso i figli: un giorno io e Onorio abbiamo incontrato degli amici che facevano fare rugby ai figli, mio marito mi disse che quello era lo sport dei suoi sogni: finimmo al CUS Roma con Matteo e Gregorio di otto e dieci anni: da lì iniziò la nostra avventura con la palla ovale.

È uno sport che ormai ho nel sangue. Quando mi sono trovata a praticarlo ne ho compreso l’essenza, oggi capisco perché anche le donne si siano appassionate: il rugby è molto più di uno sport, è una filosofia di vita.

Qual è stato il rapporto dei tuoi figli con questo sport?

Gregorio ha avuto la carriera rugbistica più fortunata. Ha iniziato nelle Giovanili della Capitolina col suo compagno di sempre Giulio Toniolatti  (numero 10 e 9 della Capitolina e della Nazionale Giovanile). Dopo il CUS ha indossato la maglia Capitolina in Prima Squadra dall’Under 12 all’Under 19. In Nazionale poi fino all’Under 21.

Ha girato parecchio per Campionati Europei, Mondiali ecc.. fermandosi alle dure selezioni della Nazionale Maggiore. E’ stato bellissimo per noi seguirlo in trasferta in Scozia, Galles, Irlanda, Francia. Ha fatto anche un Mondiale in Argentina, esperienza meravigliosa.

Matteo non è riuscito mai a far parte di squadre Capitoline Giovanili  per una questione di età, era troppo grande . Ha giocato quindi con CUS Roma, Lazio, e Rugby Roma. Solo in seguito nei Seniores ha indossato finalmente la maglia blu amaranto.

Marilù ha respirato questo sport in famiglia, da finire per sposare un rugbista: l’ex mediano d’apertura della Nazionale Italiana Riccardo Bocchino. A suggellare il loro incontro  la Coppa del Mondo  del 2011 in Nuova Zelanda in cui mia figlia lo seguì da sola (la finale vide prevalere 8-7 gli All Blacks sulla Francia).

Benedetto ha iniziato piccolissimo, non aveva nemmeno quattro anni, ha giocato alla Capitolina tutte le giovanili, allenando Under 6 e Under 8 per tre anni consecutivi. Nell’anno del Master, ha giocato in serie A con i Cisneros di Madrid. Attualmente gioca col Milano Rugby. 

Martino per emulare i fratelli ha iniziato a quattro anni affiancato da Flavio Favale (allenatore dell’Under 6 capitolina e degli ImplaccAbili del Mixar) come tutor ed educatore: da lì è nata poi l’idea del progetto con i bambini dell’AIPD, ideata con Simone Consegnati.    

Cinque figli e nove nipoti: qual è il valore aggiunto per chi pratica questo sport a partire dal minirugby?

Il rugby è prima di tutto educazione, disciplina, è esercitarsi alla durezza, al valore delle regole, sviluppare la tendenza a non infrangerle. È uno sport di squadra in cui nessuno può emergere senza l’altro, che educa a fare sacrificio di sé agli altri. La meta non è che una catena virtuosa in cui ci si aiuta a vicenda per arrivare da un punto all’altro, come nella vita. I bambini sono  facilitati ad apprendere: allenatori, educatori, hanno il compito privilegiato di andare oltre gli insegnamenti tecnici e forgiare esseri umani al rispetto, al silenzio, al sostegno in campo. 

Ti occupi di Onlus da più di vent’anni, da otto sei Presidente della Capitolina Onlus (di cui approfondiremo i temi nella seconda parte dell’intervista che uscirà a breve): in che modo lo sport può fortificare i valori a cui ti riferivi?

Viviamo in una società improntata  all’egoismo. In questo il messaggio d’amore del Papa può essere d’esempio anche a chi diversamente da me, non è credente: educarsi al dono, a mettere in circolo quello che possiamo offrire di noi stessi agli altri, è la risposta. Lo sport ha molto a che fare con questo, ricorda che senza esercitarsi non produciamo, non doniamo. Senza allenarsi non si impara, non si sostiene la propria squadra e così nella società, nel volontariato. Se ci esercitiamo a dare, vedremo dei risultati: a volte ci sentiremo frustrati, altre ci tornerà ancor più di quanto potessimo immaginare.

Il primo ritratto capitolino al femminile ha già molto a che fare col rugby: nella sportività, la sobrietà e il senso profondo della resistenza al dolore. Il Palatenda viene richiuso, dentro ci sono le parole che non verranno scritte. Fuori ha smesso di piovere. Un gatto ancheggia sulla staccionata. All’Hostaria del Campo stanno uscendo le pizze. 

Maria Palombella

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