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Intervista a Kevin Romagnoli

1 Gennaio 2021

Kevin Romagnoli è nato a Bracciano il 17 aprile 1994. È cresciuto a Canale Monterano, un paese in provincia di Roma, in una grande casa col giardino appena fuori dal centro abitato. Un’infanzia felice, una famiglia con valori sani. Da bambino era chiuso, forse per via dei problemi di peso superati con lo sport.

Definisce suo padre un genitore vero, un uomo “giusto”: presente senza fargli mancar nulla, ha lavorato in cantiere sin da ragazzino, poi per grandi costruttori romani, infine in proprio. Presidente per tredici anni del Montevirginio Rugby, si è occupato dei pali e i nuovi fari per il campo, ha inaugurato la Club House, allenato e accompagnato personalmente i ragazzi in trasferta. È un compagno di risate, una spalla per suo figlio da quando la moglie è venuta a mancare. Kevin descrive sua madre bella, colta, autorevole; la ricorda con semplicità, mentre gli insegna a mettere i calzini o prepara la pasta in cucina. Johara è il nome di sua sorella: carattere determinato, da piccola era già grande, fascinoso connubio con un nome che in arabo significa “gioiello”. Legati tra loro, hanno condiviso kick boxing per anni. Interrotti i rapporti del tutto quando lei è andata via di casa, di recente si sono ritrovati “per la nascita di mio nipote sono andato a trovarla, mi sono detto: alla peggio mi caccia, invece è andata bene”. È uno studente brillante, prossimo alla laurea presso la Facoltà di Scienze Motorie e Sportive del San Raffaele, convive con la fidanzata Manuela. È un ottimo cuoco. 

Cosa sognavi da bambino? 

Di giocare nella Nazionale di Rugby. 

Hai mai avuto un’aspirazione diversa dal rugby? 

La carriera militare: non mi presero per i tatuaggi. 

Che sport hai praticato oltre al rugby?

Tre anni di nuoto, dieci anni di kick boxing, un anno di pugilato,  paracadutismo.  

Com’ è nata la passione per il rugby?

Non avevo nemmeno cinque anni quando mio zio Mariano mi disse di infilarmi una tuta e mi portò al campo all’insaputa dei miei. L’impatto fisico col rugby mi ha travolto subito. 

Le tappe fondamentali della tuo percorso sportivo?

Ho iniziato a quattro anni e mezzo al Montevirginio Rugby, dall’u6 fino all’u14. Poi all’Unione Rugby Capitolina fino all’u18, poi Parma nell’Overmach Parma. Ho concluso l’anno successivo all’Unione Rugby Capitolina in squadra cadetta e al Montevirginio Rugby, poi mi sono fermato. In quegli anni sono stato convocato per le selezioni regionali e zonali. Ho fatto i test per entrare in Accademia, che ho frequentato da esterno1 mentre ero a Parma.

Cosa è successo dopo?

Partita finita, perdevamo 11 a 10, eravamo a cinque metri dalla linea di meta, pioveva a dirotto, non si vedeva nulla. Con la palla in mano cerco di tuffarmi in meta e per una serie di circostanze mi ritrovo con la testa bloccata tra il fianco e il  braccio dell’avversario, subendo al tempo stesso dalla loro guardia un placcaggio sul fianco: ho capito subito la gravità della situazione. Ho subito una sublussazione c6 c7, ho portato un tiraggio per far scavallare le vertebre. L’ intervento è andato a buon fine, ma ho dovuto rinunciare allo sport di contatto.

Cosa ti ha dato la molla per superare la delusione?

La consapevolezza di essere stato fortunato, mi sono detto “va bene così, andiamo avanti”.

Hai coltivato qualche nuova passione sportiva?

La bicicletta. Non potendo più giocare a rugby dovevo scaricarmi, faticare e ho tirato fuori una vecchia bici. All’inizio mi sono scoraggiato: dopo 5 km ero esausto non ne potevo già più. Ho riprovato, comprato una bici nuova, facevo 3 km in più ogni giorno. Ormai è una necessità, ho una media di novanta, cento chilometri.

Parlaci del tuo percorso di allenatore

Ho iniziato cinque anni fa con le categorie u6 e u 8 e u18 al Montevirginio Rugby; poi a Viterbo e alla Lazio Rugby. L’anno scorso all’Unione Rugby Capitolina ho allenato l’u14, u16 e dato una mano con la Seniores fino all’attuale impegno nel Club con l’u 12 . Lavoro da tre anni per il Comitato Regionale della Fir e faccio il Direttore Tecnico per il Cisterna Rugby. 

Con la ripresa degli allenamenti e le restrizioni in campo, com’è cambiato il modo di lavorare con i bambini e che feedback hai registrato?

Le circostanze hanno  penalizzato il lavoro basato sul contatto, ma già eravamo a lavoro sulla motivazione a livello individuale, sulla sperimentazione di metodologie nuove.

Un cambiamento quindi non determinato solo da norme restrittive legate alla pandemia?

In realtà il settore tecnico della F.I.R. già da tempo sta spingendo su un approccio più ludico e coinvolgente in queste fasce di età, utilizzando il rugby più come mezzo che come fine, a favore dello sviluppo della persona (aspetti caratteriali, dinamiche sociali e sviluppo motorio/cognitivo) e della futura prestazione  rugbistica, che maturerà non prima dei diciassette-diciotto anni.

Quindi i momenti di confronto con Daniele Pacini2, che si basano sui recenti studi del Professor Côté3, sono risultate utili in questo momento particolare?

Le norme hanno “costretto” noi dello staff tecnico, Emanuele Innocenti, Davide Cavalieri, Rebecca Lera, Emanuele Bonini ed Emiliano Mastrangelo  (ma vale per tutte le categorie) ad utilizzare la fantasia per divertire e formare, con particolare attenzione ai suddetti riferimenti scientifici. Le proposte si basano su tre principali aspetti evidenziati dalle ricerche: la multidisciplinarietà, l’alternanza ed il gioco non deliberato unicamente dagli adulti. 

Ci spieghi meglio in cosa consistono?

La multidisciplinarietà  diversifica le attività in campo oltre al rugby. Amplia il bagaglio delle esperienze motorie e cognitive, rinforza attitudini ed abilità.

L’alternanza di attività brevi e variate li motiva e mantiene l’attenzione fino a fine allenamento, cosa non scontata nei bambini. 

Il gioco non deliberatoè un’attività libera ed efficace: i bambini inventano il gioco. Lo staff indica alcune regole generali come il distanziamento in questo momento particolare, mette a disposizione gli attrezzi (vari tipi e forme di palloni, conetti, corde etc.) e i bambini si organizzano. Si danno ruoli, inventano, gestiscono ed arbitrano il gioco creato da soli. Noi educatori partecipiamo in base alle loro indicazioni e “facilitiamo”, non risolviamo, le difficoltà che sopraggiungono.

Come integrate questi aspetti col rugby?

Il rugby è il centro di tutto, il motivo per cui i bambini e le bambine si sono avvicinati al Club. Si lavora sull’affettività legata al contatto con il terreno e con l’avversario; sulla presa e il passaggio del pallone; l’utilizzo dei piedi per il calcio, la scelta di correre con la palla, passarla o calciarla. Si punta sulla ricerca dello spazio e del sostegno dal compagno, sia in attacco che in difesa, e su una tecnica di placcaggio via via più sofisticata. Questo metodo ricorre al gioco del rugby come ad altri, per un miglioramento più consistente a medio e lungo termine.

Cosa hai chiesto quest’anno a Babbo Natale?

Di riuscire a seguire un percorso professionale definito e portarlo a termine con successo: senza abbandonare il campo vorrei diventare un nutrizionista.

Allora da futuro nutrizionista, consigli alimentari prima e dopo l’allenamento dei bambini ?

Prima dell’attività cibi ricchi di carboidrati complessi in piccole quantità, un pacchetto di cracker abbinato a un frutto, pane integrale con un po’ di marmellata e della frutta secca, un toast leggero.

Dopo l’attività qualcosa di dolce (alimenti ad alto indice glicemico favoriscono il ripristino delle riserve di glicogeno muscolare intaccate dall’attività fisica), benissimo un panino integrale con miele e marmellata, non troppo grande mi raccomando: è importante che i bambini non si sazino prima di cena! 

Non trascurare l’idratazione, prima dopo e durante l’allenamento, bere spesso e a piccoli sorsi.

C’è qualche cattiva abitudine da modificare per la salute dei nostri urchini e non solo?

Spesso vedo bambini entrare in campo dopo aver appena mangiato, consumare dolci o peggio barrette di cioccolata prima dell’allenamento: i grassi prima dell’allenamento andrebbero ridotti  in quanto si digeriscono in tre ore, e attenzione agli zuccheri semplici per i picchi di insulina con conseguenti cali glicemici (i livelli di zuccheri risultano allora inferiori al dovuto, con bassi livelli di energia). 

Poco più che ventenne, Kevin ha  una tendenza naturale a riconoscere le proprie inclinazioni. Fin troppo metodico, è flessibile nelle scelte portanti, misurato nei giudizi, pieno di dedizione: “sin da piccolo dovevo rifarmi la stanza, preparare da solo lo zaino del rugby; se dimenticavo il k way al campo e pioveva, la volta dopo me lo ricordavo. Oggi cerco di trasmettere queste abitudini ai bambini che alleno ”.

Per Davide Cavalieri4, Kevin è un collega e un amico d’infanzia “ ho giocato con lui da avversario in passato, e rivedo oggi  la stessa passione, la stessa preparazione. In allenamento sa ascoltare senza imporre il suo punto di vista, la sua idea di rugby è sempre ricca di spunti.” Fabio Ianni lo ha allenato sin dai 13 anni, oggi lo segue nel lavoro di allenatore: “ogni confronto in campo con lui è un’opportunità. Fuori dal campo è sempre  disponibile: è il tipo che si fa un viaggio apposta per aiutarti a rifare il giardino di casa”. 

La storia di Kevin è adatta a un Natale senza fronzoli , per una sorta di saggezza precoce : sa bene che i regali arrivano dagli sforzi , dall’intento di realizzare sé stessi, prendersi ciò che si ama, rinunciarci se è il caso.  Qualche giorno fa passava sulla pista ciclabile all’altezza di Castel Giubileo, preceduto da uno sciame di urchini felpati. Pedalava tra i cardi selvatici e il Tevere con un cappello da Babbo Natale, buffa dissonanza su uno sguardo vigile da accompagnatore. Si  godeva il percorso senza preoccuparsi  di arrivare a destinazione, sette chilometri a nord dell’Unione Rugby Capitolina. Più indietro, quando il profilo di Roma si avverte meno distante, la ciclabile scavalca il “rivolo dell’Aniene”: la stessa familiare “marana” che costeggia i campi dell’URC. Quei campi fanno da sfondo alla vita di Kevin e a molte altre. Per raggiungerli impiega ogni volta un’ora di macchina. Sul quel terreno, tra migliaia di impronte  leggere, indelebili, infantili e via via più grandi, c’è la sua.  

Maria Palombella


  1. Gli “esterni” sono giocatori di potenziale interesse nazionale giovanile che non risiedono nelle strutture residenziali in cui i “centri di formazione u18” della F.I.R. ospitano i giocatori selezionati. La loro partecipazione è quindi solo ai momenti di allenamento, favorita anche da aspetti logistici oltre che di valutazione tecnica.
  2.  Responsabile Tecnico Rugby Nazionale dal 2016, già Direttore del Rugby dell’URC dal 1996 al 2016.
  3.  Professore di Psicologia dello Sport alla Queen’s University (Ontario) ed esperto di tematiche legate allo sviluppo dell’infanzia attraverso lo sport.
  4.  Cresciuto nel Civita Castellana, dal 2015 allenatore URC, attualmente per la categoria U12.
  5.  Allenatore dell’U18 dell’URC dal 2008
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