Conosciamo Ceddu, un pezzo di storia Capitolina

20 Novembre 2020

Cesare Marrucci detto “Ceddu” nasce a Roma il primo febbraio 1985, ha due bambini avuti da sua moglie Silvia, Bianca e Ludovico di cinque e un anno.Suo padre Enzo, da cui eredita il temperamento riflessivo, ha fondato la fortunata azienda di famiglia di impianti di condizionamento tecnologici per grandi imprese. Sua madre Alessandra, di cui Ceddu parla con singolare dolcezza, si è sposata giovanissima: maschiaccio da bambina, atletica da donna, amante dello sport, lettrice appassionata, altruista per natura, ha sempre sognato di scrivere un romanzo.

Ceddu ha tre fratelli: Paolo gestisce l’azienda di suo padre, grande appassionato di volo, lettore onnivoro. Giulia, quasi coetanea, è laureata in Economia e lavora in azienda. Ha il brevetto da pilota e l’hobby del teatro comico. Claudio, dalla profondità d’animo non comune, lavora con i fratelli e allena una squadra di Rugby in carrozzina, con i ragazzi, grandi tifosi dei Bisonti, esce spesso la sera. 

Perché Ceddu?

Soprannome dei miei primi allenatori capitolini: ribattezzato Cesariddu, poi Ceddu, per l’inflessione sarda tornato dalle vacanze estive.

Che bambino sei stato? 

Timido, indipendente, diffidente.

Ricordi d’infanzia indelebili?

Le note di Acqua Azzurra Acqua Chiara e Attenti al Lupo in macchina, con mia madre. L’odore della casa dei miei nonni.

Un’istantanea di tua madre che porti nel cuore?

Sugli spalti, che mi guarda giocare.

E di tuo padre?

Mentre mi mette a sedere sull’aereo.

Sei nato in una famiglia di appassionati di volo: tuo padre, pilota sportivo italiano dal 1974 ad oggi, Campione Italiano di Rally Aereo, Medaglia di Bronzo al valore sportivo del Coni, vincitore di due Coppe del Mondo di Rally aereo, vincitore dei campionati del mondo a squadre, azzurro tre volte ai campionati del mondo. Com’è nata questa passione in famiglia e come l’hai vissuta personalmente?

Mio padre è stato da sempre appassionato di volo: si è iscritto ai corsi dell’Aeronautica giovanissimo e appena possibile, ha comprato un aereo da turismo. Ha gareggiato sempre con mia madre: suo copilota in aria come nella vita. La domenica per me era normale spostarsi in aereo, girare per gli aeroclub d’Italia: ho vissuto questa scelta un po’ avventurosa in modo del tutto naturale. 

Ricordi un episodio particolare legato al volo?

Durante una tappa del Giro Aereo d’Italia, abbiamo fatto (cosa rara) tutti e quattro il giro della Campania: all’“equipaggio” distribuivano fotografie con i luoghi sorvolati da identificare in volo e segnare sulla mappa. Mia madre ricorda lei e mio padre davanti, noi figli piccoli dietro, affacciati ai finestrini, fingendo di dare indicazioni corrette, avrò avuto cinque anni. 

Ricordo la sorpresa nel ricevere dopo qualche giorno la Coppa del Primo Premio che ignoravamo di aver vinto, finendo tutti e quattro sul Mattino di Napoli! 

Tu e il rugby: com’è nata questa passione, a quanti anni hai iniziato? 

Primo allenamento alla Primavera, accompagnavo un amichetto. Poi Cus Roma e Unione Rugby Capitolina (di cui mio padre è stato socio fondatore) dal secondo anno di u12 fino alla 18, poi Prima e Seconda squadra, Serie A, B C, Eccellenza. A ventotto anni ho iniziato a lavorare per la Federazione. 

Raccontaci del tuo attuale lavoro in Fir

Sono Responsabile Tecnico del Centro di Formazione Permanente di Roma (Cdfp), un progetto Fir che seleziona attraverso i Comitati e come staff i migliori profili rugbistici del Centro Sud d’Italia: lavoriamo sullo sviluppo sociale e sportivo di questi giovani talenti.

Una domanda di Andrea Cococcetta tuo ex allenatore: cosa dici a questi ragazzi che entrano al Centro di Formazione Federale con tante aspettative e sogni nello zaino?

Mi complimento sempre per il lavoro svolto nei Club e durante l’attività regionale, li esorto a godere di questa opportunità preziosa ma impegnativa: la routine cambia, molti di loro si trasferiscono all’interno del Centro, altri cambiano scuola, il carico di lavoro aumenta. Ricordo sempre che lo staff è a completa disposizione, ma la richiesta è alta e non tutti accederanno automaticamente al massimo livello. L’ importante è provare comunque a dare il massimo per emergere, riempire “lo zaino di sogni” per usare la metafora di Cococcetta. 

Cosa ti affascina del tuo lavoro di allenatore?

Mettere la sensibilità al servizio della crescita di qualcun altro. Personalmente mi definisco più formatore che allenatore.

Cosa intendi?

Non faccio competizione, non vivo situazioni in cui sono sotto pressione, non vedo il prodotto finito in prestazione la domenica. Lavoro su risultati a lungo termine che dipendono solo in parte dal mio intervento. 

Qual è il confine tra empatia e durezza in quello che fai?

Bisogna essere esigenti, non credo nella durezza in campo.

Ricordi il tuo primo impatto col campo? 

Ero preoccupato, ho sempre bisogno di studiare un contesto nuovo.

Cosa ha funzionato tra te e il rugby?

Mi ha “sbloccato”. Per la prima volta in vita mia mi sono sentito in contatto con altri esseri umani, riuscivo in qualcosa con le mie forze ed ero utile alla causa. Una lezione di vita che mi è servita in ogni altro ambito.

Secondo te quali sono gli ingredienti per avviare un figlio allo sport?

Non dubitare mai dell’importanza dello sport per i nostri figli: tutti gli sport, senza demonizzarne alcuni o esaltarne altri, lasciarli liberi di sperimentare, che non significa cambiare due sport al mese, cosa controproducente. Poi c’è il tema dell’impegno, duplice e delicato: devono acquisire consapevolezza dell’impegno preso ed essere gratificati per quello profuso nella giusta maniera: per la passione, l’entusiasmo, la costanza, non per il risultato. 

Una partita particolarmente sofferta che ricordi?

Dopo una partita in u 16, giocavo con Giulio Toniolatti, Gregorio Rebecchini, Ivan Martire, Alberto Budini, Carlo Curti, Alessandro Baracchi, Severiano Recchi ed altri. Avevamo vinto un campionato regionale e dovevamo sfidare L’Aquila allenata da Cococcetta per accedere alle finali nazionali. Perdemmo la partita, avevo dato tutto e per la prima volta in vita mia ho avuto una crisi di pianto vera e propria: non riuscivo a smettere, ho pianto al terzo tempo, sotto le docce, in pullman, sempre.

In quale ruolo hai giocato?

Ho giocato tutti i ruoli, in particolare secondo centro, con la maglia numero 13.

Il giocatore più forte che hai visto giocare all’Unione Rugby Capitolina?

Sebastian Caffaratti.

E in senso assoluto?

Bryan O’Driscoll

Capitolina sotto il sole o sotto la luna? 

Decisamente di sera! Nella mia memoria da ragazzino è ancora l’orario dell’allenamento “dei grandi”, obiettivo ambitissimo per chi cresce qui.

La partita più bella a cui hai assistito all’ Unione Rugby Capitolina?

Capitolina-Colorno, maggio 2019: un piazzato di Livio Romano. In campo il senso d’appartenenza alla maglia, ragazzi che avevo allenato, compagni con cui avevo giocato, un’emozione unica.

Cosa ti fa più paura?

Rimanere solo.

Di cosa sarà più bello riappropriarti quando la pandemia sarà finita?
Insieme alla moglie Silvia

Il contatto con le persone, non aver paura di una stretta di mano, di un abbraccio, rileggere le espressioni sul viso della gente…e uscire quando mi pare!

Un’economia di parole si addice a Ceddu più di qualunque sforzo descrittivo. 

A niente vale una mascherina su un sorriso che illumina il viso intero: lo sguaina da lontano, te lo cava fuori anche quando non ne hai voglia, e ti contagia. Avrà forse assorbito un po’ di quella leggerezza di cuore da piccolo, attraverso le nuvole, tra chi domina l’aria, l’elemento più impalpabile che esista. Se è così, l’ha saputa coniugare in modo personale con l’esperienza concreta del campo da rugby. Partita dopo partita, spogliatoio dopo spogliatoio, col caldo, il gelo, le ferite, la terra, il vento, è diventato chi è oggi, un riferimento non solo sportivo, una persona semplice, ma ricca di personalità: timida ed amichevole, sofferta e gioiosa, riservata e aperta. 

Maria Palombella

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