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Conosciamo Alessia Albanese

8 Febbraio 2021
ph Luca Spoleti

Alessia Albanese è figlia della generazione z, nata a Roma il primo marzo del 2000. Terza linea della Prima squadra Femminile dell’Unione Rugby Capitolina. E’ cresciuta nel quartiere Prati, ha fatto il liceo scientifico e studia Ingegneria Clinica a La Sapienza di Roma. Suo padre è ortopedico e sua madre ha un’azienda che vende protesi. Suo fratello Manfredi, di un anno più piccolo, è un giovane talento rugbistico, mediano di mischia del Rugby Calvisano e Capitano della Nazionale u 20. La descrive una bambina dolce, vivace e un po’ “anarchica”, sempre dietro a lui, mai una bambola in mano, solo palloni e skate. Scherza sulla sua “monocorsa” in campo: “corre solo in prima e seconda”, ne elogia il coraggio a buttarsi sempre per placcare e la caparbietà nella scelta sportiva contro le iniziali perplessità della famiglia. 

Il rugby Alessia lo ha fiutato, lo ha spiato, ne ha assorbito i racconti, si è arresa al suo fascino, impaziente di farsi strada senza pensarci troppo. 

Cosa puoi dirci della tua famiglia?

Mio padre, poco espansivo come mio fratello, è un appassionato di rugby ed ex rugbista. Ha iniziato a quattordici anni alla Rugby Lazio, poi è passato alle  giovanili, Prima squadra e serie A. Ha fatto il medico per la Nazionale e attualmente per la Rugby Lazio. Mia madre, il “boss di casa”, è bella, protettiva, organizzata. Ex ballerina classica, ha sperato in me senza successo! Ci ha educato allo sport: prima del rugby ho fatto nuoto e dieci anni di equitazione. Mio fratello ha iniziato a cinque anni alla Rugby Lazio, ma i suoi amici sono sempre stati all’Urc.  Siamo legatissimi, ma da quando fa il giocatore professionista vive fuori  e mi manca molto. 

Che atmosfera si respira a casa tua? 

Di affiatamento, ma netta divisione di ruoli tra figli e genitori, inaccessibili quanto basta per incutere rispetto. Sacra la regola della cena tutti insieme e dell’ospitalità: la porta aperta a qualunque ora, la casa pieni di amici, in parte rugbisti ovvio! A tavola si parla per lo più di rugby, mia madre si informa più dello studio. 

Com’è nata invece la tua passione per questo sport? 

Da spettatrice, ero nel gruppo delle sorelline che giocherellavano intorno ai campi mentre i fratelli si allenavano. 

Che effetto ti faceva?

Ero invidiosa! Mi chiedevo perché gli altri si divertissero, si sporcassero di fango, di terra: guardavo le gare di scivolate sul fango nel campo due dell’Acqua Acetosa. Poi ho iniziato ad aiutare  le mamme dei giocatori ad allestire i terzi tempi: ricordo l’attesa che uscissero dalla doccia, l’allegria di quei momenti di aggregazione senza età.

Come hai iniziato?

A 16 anni mi sono unita al gruppo di Sara Pettinelli all’Unione Rugby Capitolina, allora gemellato col Montevirginio.  Quell’anno il mio gruppo vinse la Coppa Italia di rugby a sette (non andai alle finali, non ero pronta).

Poi ci siamo unite col Frascati per il rugby a 15 , da lì ho proseguito con la Seniores. Ho anche allenato i bambini per due anni alla Lazio, un’esperienza molto divertente. 

Primo ricordo in campo?

L’ansia.

Fai i conti per carattere con la paura di sbagliare e le dinamiche di squadra non sempre semplici, cosa ti spinge a scendere sempre in campo?

Il campo stesso: il bisogno di essere lì,  la voglia di competere per accaparrartelo, sentire che per farlo hai bisogno del compagno e il compagno di te.  Tutto allora passa in secondo piano, anche la paura di sbagliare. 

Hai una compagna che per te è stata un riferimento fin ora?

Beatrice Capomaggi, il nostro ex capitano prima di Giulia Nobile (ed ora in forza al Villorba), è un vero esempio di atleta. Ha il tatto e la spinta giuste. E’ un talento, ma sa anche ridere delle cose e di sé stessa. Con lei condivido anche la passione per i cavalli. 

Sei fidanzata con Francesco Grillo, Capitano della Squadra Cadetta, cosa ti ha colpito di lui?

La gentilezza. E’ un capitano che ha fatto dei tratti di insicurezza un punto di forza, è umile, si fa voler bene da tutti.

Vedi le partite all’Unione Rugby Capitolina, sei tifosa?

Moltissimo. Venendo dall’ambiente della Lazio Rugby ero un po’ restia, vista anche la naturale “rivalità” tra Club, poi ho percepito l’unicità del clima bluamaranto.  Il sostegno che arriva dagli spalti è qualcosa che bisogna vivere direttamente per capire: indimenticabile Federico Maesano (atleta Seniores clase ’97, arrivato alla Capitolina 13 anni fa) a torso nudo pitturato coi colori capitolini!

Non è più un mistero la momentanea rinuncia ad abitudini, appuntamenti che ci erano cari: quali tra quelli legati al club speri di rivivere al più presto?

Oltre alle partite la domenica, la cena di Natale: mi emoziono e mi diverto sempre. L’anno in cui ci siamo fidanzati, i compagni regalarono a Francesco delle grosse catene per decretare la fine della sua libertà. 

Com’è vedere le partite di tuo fratello in famiglia?

Mio padre si muove di riflesso come se stesse in campo: se c’è una mischia o una ruck, simula la spinta dal divano, analizza ogni dettaglio. Per mia madre il rugby è uno sport inventato su misura per l’unico giocatore esistente: mio fratello. Fa “l’urletto” se lo toccano, quando esce dal campo la partita è finita. Io invece mi immedesimo completamente, mi agito: ricordo una partita del Sei Nazioni u20 in cui giocava, ero paralizzata, lui tranquillissimo!

C’è un episodio legato al campo che ti rappresenta maggiormente? 

Prima della scorsa stagione giocavo ala, poi ho cambiato ruolo in terza linea. Il mio esordio da terza linea fu a Treviso con le Red Panthers, per sostituire una compagna infortunata. Mi avvicinai al mio allenatore Alessandro Martire con le lacrime agli occhi sussurando “me la sto facendo sotto”. Mi diede un bacio sulla fronte ed entrai in campo: perdemmo quella partita, ma  superò addirittura le sue aspettative.

Alessia ha esordito all’URC nell’età in cui la vita strappa l’adolescente all’infanzia per avviarlo alla maturità. Non tutti gli atti di volontà pesano in maniera determinante: alcuni schiudono inconsapevolmente il nostro avvenire, altri lo preparano soltanto. Il rugby ha senz’altro incanalato nel fortunato perimetro dell’Unione Rugby Capitolina, l’istinto di vivere di Alessia e di molti giovani come lei: imperioso, pieno di domande senza risposta. Il campo ne ha accolto lo slancio, le aspirazioni inespresse, i conflitti che scaturiscono dal cuore. Poco importa il  livello della sua prestazione, ma la consapevolezza istintiva di un’armonia tra il rugby e il lungo, variegato processo interiore.

Maria Palombella

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