TACCHETTO 21: INTERVISTA A BENEDETTA MANCINI

14 Marzo 2020

 

Questa rubrica è un mosaico di ritratti femminili. Filo conduttore la palla ovale, incontrata in modi e circostanze di vita diverse, e il racconto della donna come sportiva ed eterna fonte d’ispirazione.

Benedetta Mancini

Ph. Luca Spoleti

Alle 11.59 arriva il messaggio di Benedetta Mancini, estremo della Prima Squadra e Ala della Nazionale Femminile: comunica che è arrivata. 

È quasi primavera, la stagione dell’anno corrisponde a quella della sua vita. È lei di fronte alla staccionata dell’URC, dritta nel suo metro e settantuno, con una montagna di capelli biondo cenere che ricorda le immagini conturbanti dei quadri di Klimt. Ha due occhi enormi da tigre del Bengala, due atolli corallini, due campi di fiordalisi, “occhi buoni per incatenare” direbbe un poeta romano. È una bellezza piuttosto algida ma dal sorriso chiaro e amichevole, che le vale il passaporto per il mio.  Ha una fossetta che si arriccia ogni qual volta si compiace di se stessa, senza troppo pudore. Ha un fisico perfettamente asciutto e un modo di indossare i vestiti un pò austero per la sua età. È curata nei minimi dettagli, nulla lasciato al caso: una disfatta per chi in borsa nasconde un calzino di Spiderman e una carota fossilizzata,  fusa con la carta di una vecchia multa. È molto gentile e sembra dare un significato all’incontro. 

Aspetto con curiosità il punto di rottura, qualcosa che irrompa a tirar fuori un umano a contatto con l’ambiente.  Arriva puntuale, poco dopo averle suggerito la prima domanda; tornando con un caffè in mano, la vedo camminare su e giù di fronte allo shop: parla da sola. 

Parla, parla ininterrottamente, gesticola registrando se stessa al telefono, incurante di tutto il resto. Le piace, si impegna: spiega, ordina  gli anni, gli argomenti, i fatti. Mostra un’indole capace, fattiva, ordinata, ma quando parla, è un carnevale. Ha un tono di voce insolitamente dinamico:  si alza, si abbassa, fa una gran commedia.  Fa un uso sapiente dell’umorismo,  per simpatia naturale e forse per regolare  la distanza dall’interlocutore o dalle verità che la disturbano di se stessa.

Il suo è un universo niente affatto semplice, mostra un marcato senso del territorio, non stupisce abbia il rugby nel sangue e  la Sardegna nel cuore, come terra d’adozione. Durante le lunghe estati di bambina, deve aver ritrovato in quel luogo la sua natura “isolana”, poco spensierata, sempre in bilico tra il bisogno di quiete e l’attesa dell’arrivo di qualcosa, o qualcuno. 

Ha una piccola ancora tatuata sulla caviglia che racconta il suo amore per il mare. Sembra sapere che dovrà calarla, ma come spesso succede a vent’anni, non sa ancora dove.  

Ciao, qualche informazione su di te? 

Soprannominata Benna, ho 24 anni e sono nata nel maggio ‘95 a Frascati. Vivo lì da sempre e non potrei mai vivere altrove. Ho seguito le orme della mia famiglia studiando otto anni dai Salesiani a cui sono  legata nonostante non sia praticante. Dopo il diploma mi sono iscritta con una certa indecisione in Legge all’Università di Tor Vergata, ho portato avanti una scelta un po’ sofferta e sto per laurearmi, ma non credo sarà la mia strada. Non ho ancora una visione chiara dei miei progetti professionali.

Sogno nel cassetto?

Non ne ho uno definito, ma l’idea di entrare nell’arma mi ha sempre affascinato. Gli studi che ho fatto sarebbero compatibili: iniziata l’università, c’era la concreta possibilità di studiare in itinere avviandomi a quella carriera. Ho accettato infine il consiglio di affrontare  gli studi in maniera esclusiva per poi proseguire con la mia aspirazione; ma i dubbi non mancano, in particolare legati allo sport, che è il filo conduttore della mia vita: un gruppo militare rugbistico non esiste, le Fiamme Oro hanno il maschile. Vivo un continuo dialogo interiore per capire quale sia la mia strada. 

Parlaci della tua famiglia

In famiglia siamo tre, i miei mi hanno avuta con una certa difficoltà dopo 15 anni di matrimonio, accolta come un piccolo miracolo. Mia madre è frascatana, assicuratrice, giocava a pallavolo, mio padre è romano: è un uomo che ha affrontato con coraggio una vita da invalido civile di guerra. Da ragazzino camminava a Frascati lungo il viale della casa in cui viviamo ancora: per salvare delle bambine incuriosite da un ordigno della Seconda Guerra Mondiale, perse una mano a soli nove anni.  Costretto da allora ad una protesi, il suo corpo è segnato da cicatrici e schegge mai estratte. Lo ammiro molto, è sempre stato autonomo senza farmi pesare la sua disabilità. Ha giocato a calcio e da avvocato ha fatto parte del Consiglio Federale: è stato Presidente del Frascati quando ancora costituiva una società unica. 

Da quanto giochi a rugby e cosa ti ha attratto di questo sport? 

Gioco a  Rugby dal primo anno di liceo, dopo aver fatto tennis, pallavolo e nuoto me ne sono innamorata e non l’ho più abbandonato. Naturalmente ho iniziato a Frascati, culla del vino e del rugby:  almeno una famiglia ogni due ha un esponente rugbista. La società esiste dal 1949, ho seguito le prime partite ancora piccola dalle braccia di mio padre, sempre presente in tribuna al Flaminio. Ho continuato da grande ad apprezzare  il tifo, l’atmosfera unica di questo sport. Dopo la mia esperienza al Frascati, durante il mio anno di pausa,  ho esordito da dirigente al Cus Roma per poi approdare da giocatrice in Capitolina, allenandomi per due anni presso il Montevirginio Rugby. Attualmente indosso la maglia Capitolina in partnership col Frascati Rugby Club.

Due parole sul tuo Club?

La Capitolina ha come tratto distintivo il senso di appartenenza: oltre all’ impegno, all’agonismo, rappresenta la possibilità di crescere in una vera famiglia. Mi piace quando arrivo, passare a salutare Simona e Roberto all’Hostaria del Campo. E’ un luogo magico: alzi gli occhi e ti da serenità.

Fai parte della fortunata rosa delle convocate al Sei Nazioni, il tuo allenatore Di Giandomenico ha esaltato la tua forma fisica e la rapidità di integrazione nel gruppo: qualche impressione sul tuo esordio in campo?

Ho seguito il Sei Nazioni per anni: mai avrei pensato di indossare quella maglia e vivere l’evento dal terreno di gioco, si è avverato un sogno.  Nel match contro la Francia a Limoges lo stadio era gremito,  l’impatto fortissimo sin dal riscaldamento:  ”Allez les bleus” mi risuonava in testa dagli spalti, così ampi rispetto al solito, uno scenario emotivamente non facile da gestire. Sono riuscita a calare il sipario e isolarmi nel rettangolo di gioco: mi scaldavo sulle preziose indicazioni del preparatore Filippo Gargaglia, poi è arrivato il mio momento: la manager  Giuliana Campanella mi ha fatto cenno di entrare. Dopo un momento di smarrimento a causa dei cambi interni mi sono sentita forte, coinvolta come mai prima d’allora. Sono stati venti minuti di emozione e concentrazione totali.

La partita con la Scozia è stata sospesa a causa del noto problema di epidemia (che ha poi convolto le altre partite del Sei Nazioni) mentre eravate in ritiro: come avete vissuto questa decisione?

La sera prima della partita a Legnano siamo andate a dormire senza sapere se la partita si tenesse o no: abbiamo preso sonno quasi dopo le due di notte. La mattina la mia compagna di stanza, Maria Magatti (ala della Nazionale Italiana), mi ha comunicato che non avremmo giocato. Per assorbire il contraccolpo abbiamo chiesto un’attività distensiva. La soluzione certo bizzarra, ha realizzato un’idea che avevamo da tempo: la simulazione di un matrimonio. La tallonatrice Melissa Bettoni e la terza linea Ilaria Arrighetti si sono improvvisate sposi, noi gli ospiti col compito di vestirci nel modo più stravagante possibile e partecipare alla cerimonia. Una mattinata ricca di risate curata nei dettagli, persino nel trucco e la scelta della musica, un esperimento divertente e davvero ben riuscito!

Cosa ti piace fare nel tempo libero?

Amo fare sport, da ragazzina andavo a pesca, poi ho perso questa abitudine. Ho ricevuto la prima canna da pesca all’Isola d’Elba, era piccolissima. Gioco molto bene a calcio, sono tifosissima della Lazio, vado spesso allo stadio. Mi piacciono le gite con gli amici e amo molto guidare, quando posso prendo la macchina per una fuga come si deve verso Chieti, Pescara a casa di amici o verso il mare. Non amo ballare, cantare, stare in mezzo alla gente, sono troppo timida. Mi piace invece cucinare.

Svelaci il piatto che più ti rappresenta e il procedimento che utilizzi

L’Amatriciana “secondo Benna”: 

Mettete l’olio d’oliva (io uso quello prodotto dalla mia famiglia) in una padella grande,  fate cuocere a fuoco lento per 10, 15 minuti, aggiungete abbondante cipolla tagliata molto sottile, anche rossa, e un pizzico di peperoncino.

Preparate la pancetta e unitelo ad una più abbondante quantità di guanciale: rosolate il tutto sfumando con un filo di aceto, a coperchio aperto.

Aggiungete la passata rigorosamente Mutti, mista a un po’ di polpa, allungatela leggermente con acqua e fate cuocere. 

Mantecate col sugo la pasta corta, possibilmente mezze maniche. Buon appetito!

Cosa ti spaventa di più della vita? 

 Sbagliare scelta professionale.

Qual è l’aspetto a cui non rinunceresti del tuo carattere?

Sul fianco ho tatuata la frase  “Non basta essere bravi, bisogna essere i migliori”: riassume la mia attenzione quotidiana nel riuscire al meglio in tutto quello che faccio.   

Quello a cui rinunceresti volentieri?

Non riesco facilmente a lasciarmi andare: mi capita di rinunciare ad occasioni conviviali per evitarne il disagio. Sono fin troppo solitaria, amo vedere pochi amici alla volta.

Hai fatto cenno alle tue numerose fissazioni, vuoi raccontarci le più ricorrenti?

Certo!  

Le “fisse” di Benna:

  • Mai andare a letto senza preparare la colazione per la mattina seguente: d’obbligo controllare che le spine di spremiagrumi e macchinetta del caffè siano inserite. Appoggiare sullo spremiagrumi  una fetta di limone pronta da spremere nel bicchiere d’acqua e miele da ingerire al risveglio. 
  • Se si condivide una stanza per dormire, la faccia sempre rivolta verso il muro: durante i raduni scelgo il letto accuratamente per evitare qualcuno di fronte mentre dormo, impensabile fare diversamente.
  • Non indossare mai più di due o tre colori addosso, studiare l’abbinamento in modo “maniacale” anche per l’allenamento.
  • Benna e le checklist: sul telefono, scritte sul foglietto o memorizzate, irrinunciabili qualunque sia la destinazione.
  • Ottimizzare sempre: effettuare incastri di programmi perfetti per tutta la giornata, arrivare possibilmente un minuto prima: nulla è più appagante che arrivare alle 11.59 ad un appuntamento fissato per le 12 ( su questa quasi si commuove..)
  • Le sacchette di Benna: ogni cosa nel borsone per l’allenamento deve rigorosamente avere una sua sacchetta, ognuna contenente solo cose uguali. Ad esempio per una trasferta: cinque canottiere, cinque top, cinque magliette ecc.
  • Prima dell’allenamento: doccia. Naturalmente, anche dopo: i rituali rispettano  criteri rigorosissimi! 

Benna ha consegnato spontaneamente le sue “fisse” di sera tardi, dal raduno della Nazionale. Mi è parso un sintomo di intelligenza, di simpatia e di coraggio. Merita una riflessione ad alta voce. 

Per quel poco che una decina di file audio e due ore insieme possano dirci di qualcuno, questa promessa del rugby sembra brandire le sue sacchette di plastica di fronte al caos dell’universo, a cui oppone una caparbia determinazione al controllo. 

Votata all’eccellenza, si tratti di un piatto di maccheroni, un’acconciatura o una meta,  dovrà aggirare la trappola dei dotati: la tentazione di innamorarsi di sé stessa oltre misura per imporsi sugli altri. In questo il ruolo di atleta e l’understatement   rugbista, favoriscono naturalmente un esercizio di umiltà.

La osservo di profilo mentre parla ad un ritmo più naturale, ho saldato il suo passato al suo presente, intravisto qualche scintilla del suo futuro. Come nella sequenza di un film, la vedo gattonare, placcare, studiare, piangere per un amore finito, camminare col sorriso per quello appena sbocciato. Le auguro che all’ordine interiore, al rispetto delle regole quotidiane, faccia sempre da contraltare lo spirito: che sappia interrogarsi, incuriosirsi, riconoscere dove si annidano i dubbi, le contraddizioni e la bellezza. 

Ci salutiamo a modo suo, senza slanci eccessivi, ma so che ha avvertito lo sforzo di comprenderla. Nella strada verso casa penso alla molteplicità dei caratteri, dei punti di vista da cui le cose si lasciano osservare:  sento all’improvviso che dovrei lavare la macchina, acquistare un kit di prodotti sani per la colazione e un’agenda.  Mi piace al contrario, immaginare che Benna abbia deciso di perdersi in auto per le colline frascatane, e fermandosi al sole, dimenticare la checklist e leggere Rimbaud.

Maria Palombella

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