TACCHETTO 21: FRANCESCA REBECCHINI – 2ª PARTE

21 Marzo 2020

 

Questa rubrica è un mosaico di ritratti femminili. Filo conduttore la palla ovale, incontrata in modi e circostanze di vita diverse, e il racconto della donna come sportiva ed eterna fonte d’ispirazione.

Francesca Rebecchini: seconda parte

Ph. Luca Spoleti

Questa intervista è iniziata con un incontro di persona, in un recente passato in cui conversare dividendosi una pizza dal cartone sembrava scontato.

Francesca è un’ottima conversatrice, ma ha i suoi tempi. Se si rispettano, sa spalancare le finestre e inondare di luce le stanze dei suoi ricordi in modo spontaneo, gioioso e partecipato; in caso contrario, si eclissa dall’interlocutore con garbo, senza pensarci troppo.

 Nel corso dei nostri incontri la sua voce sottile mi ha svelato nuovi tratti caratteriali;  come al suo acume e all’indole materna non è sfuggita la mia strana inquietudine congenita.  

 Testona e caparbia da Sandri, altruista e serena da Rebecchini, ama molto ciò che le appartiene: libera dai naturali condizionamenti della famiglia d’origine, si immedesima a pieno nella sua casa, nella sua famiglia, nel suo fisico atletico. È una donna responsabile e matura a sufficienza da lasciare che il fascino vada da lei, e non viceversa. 

È passata solo una settimana dal divieto di uscire di casa: ci apre virtualmente la sua, pulita e profumata perché tutti si danno da fare. Martino, concluso da poco il suo impegno presso Albergo Etico (nuova iniziativa alberghiera dove lavorano 15 ragazzi con disabilità), applica quanto appreso: pulisce camera e bagno in grande stile. Da buona forchetta realizza con sua madre ricette semplici in cucina, le polpette ad esempio, che trascrive e fotografa prontamente. Spazio e tempo per lo sport non mancano:  registra su Wup esercizi da palestra per il gruppo Mixar, con una buona base musicale. 

Francesca fa Pilates, Onorio guarda in TV i canali che raccontano il mondo sportivo. Alle diciotto Martino suona la batteria e partecipa al momento di aggregazione suonando con i musicisti del quartiere. Onorio e Francesca si uniscono alla preghiera per l’Italia con migliaia di persone recitando un bellissimo Rosario.

Il racconto che si era interrotto deve proseguire telefonicamente o via mail: per insondabili coincidenze il tema è la solidarietà, che in questo momento dovrebbe permeare la nostra condotta quotidiana.

Dalla vivace frivolezza di due atlete ventenni, ci lasciamo condurre da una voce esperta verso piani più impegnati, ma dalle medesime tinte bluamaranto .  

Francesca, come è iniziato il tuo percorso con le Onlus?

Ho iniziato a occuparmi di Onlus grazie al mio Martino ormai più di vent’anni fa:  ho vissuto con lui una lunga esperienza ospedaliera presso l’Ospedale Bambino Gesù di Roma,  a seguito di  una malattia importante, difficile, che mi ha legato a questo contesto.

All’inizio ho curato mio figlio (sono stata ospedalizzata con Martino circa due anni) poi è nata la collaborazione con la Onlus “Davide Ciavattini”, dal nome di un bimbo scomparso  anni fa all’interno di quell’ospedale.

Cosa puoi dirci di questo incontro personale col volontariato?

Volontariato è  dedicarsi agli altri in modo sincero, vero: un’esperienza dolorosa per me come mamma e per tutta la mia famiglia, si è trasformata nella possibilità di aiutare chi affrontava quel tipo di difficoltà per la prima volta:  trasmettere quello che si è già vissuto, restituirlo, può dare un senso al dolore.

Come questa esperienza ha cambiato anche Martino?

Ph. Angelica Agosta

Martino è un ragazzo sensibile e determinato (a volte un po’ cocciuto) quando si ammalò era piccolo, non credo abbia grandi ricordi, certo camici bianchi e sangue continuano a lasciarlo perplesso e impaurito. Il vero cambiamento è legato all’ esperienza di vita con  fratelli, cugini, zii e nonni, sempre stimolato ed accolto come un pari lo hanno reso l’uomo che è oggi.

 

 

Durante quell’esperienza in Ospedale con tuo figlio cosa hai conservato dell’appoggio di altre donne, non solo madri?

In Ospedale oltre le mamme ci sono infermiere, dottoresse e volontarie, indispensabili e umanamente preziose. Il loro contributo mi ha dato forza e determinazione tali da affrontare la malattia senza sentirci soli nel percorso di cura. Oggi l’emergenza Coronavirus coinvolge tutte queste figure: grazie a loro, alla loro professionalità l’ intera popolazione  può sperare di uscire prima possibile da questo “incubo” .   

Il risultato più fruttifero di questa esperienza è la Onlus Capitolina: un’esperienza ventennale, da otto anni sei Presidente: cosa ci puoi raccontare?

La capitolina Onlus è un’Associazione nata nel 2003, fortemente voluta dai fondatori come Claudio Tinari, Onorio Rebecchini ed Adriano Screponi che hanno creduto lo sport indispensabile nella crescita dei bambini, specialmente per chi economicamente impossibilitato a praticarlo.

Sempre grazie a Martino nel 2006, è nato il progetto “Una meta per crescere” articolato in due filoni: il primo nato dall’incontro con L’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) per dar modo a i bambini con  la sindrome di Down di integrarsi, giocare con gli altri, col sostegno di educatori professionali. Il secondo a sostegno di una Casa Famiglia con più di trenta bambini, per fargli praticare uno sport a loro scelta aiutati da volontari per l’accoglienza e la logistica. 

Col passare degli anni, la Onlus Capitolina si è impegnata in altre circostanze, puoi ricordarcene alcune?

Il terremoto dell’Aquila ad esempio. Il Club, sensibile alla vicenda con ben tre allenatori aquilani si è impegnato per portare i termoconvettori dopo i primi giorni, e con diverse raccolte fondi ha sostenuto le persone più vicine che in quel momento avevano perso tutto, dovevano trovare la forza di andare avanti e sperare in un futuro.

Altre iniziative corali negli anni, l’invio di abbigliamento da rugby in Africa, di fondi e indumenti ad Haiti per il terremoto del 2010 : allora avevamo un bambino haitiano adottato da italiani che giocava alla Capitolina. Il papà, ci aiutò a contattare l’Associazione Rava da anni già in collaborazione con Haiti, per i soccorsi alla popolazione.  

Non è mancato il sostegno all’interno del Club con le risorse che riuscivamo a mettere in campo, né quello alle famiglie che attraversavano momenti difficili.

Parlaci dei bambini della Casa Famiglia:  com’è nata l’iniziativa e come si è sviluppata nel tempo?

Il primo contatto è giunto da una volontaria di in una Casa Famiglia romana, sulla Pineta Sacchetti. I primi bimbi sono arrivati alla Capitolina parecchi anni fa giocando a rugby:  negli anni hanno potuto scegliere l’attività sportiva che preferivano,  ginnastica, nuoto,  pallavolo, calcio, ma anche teatro e musica.

 Trenta di loro dalla Casa Famiglia hanno potuto frequentare un ambiente sano, sportivo, dove ci si incontrando altri coetanei e le loro famiglie, respirato la normalità e l’accoglienza senza sentirsi estranei. Impagabile il servizio dei volontari  accompagnatori, arricchitisi a loro volta a contatto con questi bimbi speciali, così come il supporto appassionato degli allenatori dell’URC. Per Natale tutto il minirugby organizza una raccolta fondi per acquistare i regali destinati alla Casa: ognuno riceve un dono personalizzato con il proprio nome.

Parliamo di impegno nel rugby e del Torneo Gabrielli. Chi era Piero Gabrielli?

Piero Gabrielli, personaggio legato al mondo dell’impegno sociale, con un figlio disabile è stato un esempio di uomo e rugbista: terza linea della Rugby Roma e della Nazionale degli anni Cinquanta, vinse ben sette volte il Campionato Nazionale. Un uomo dal cuore grande,  soprannominato non a caso “San Bernardo”. Persona intuitiva, di spirito, rese la sua storica “Osteria Margutta”,  tempio indiscusso dell’amicizia e fertile crocevia di scambio culturale e iniziative sociali. Personalità dell’arte, della letteratura, dello spettacolo (tra cui Proietti, Jannacci, Palazzeschi, Ungaretti, De Chirico, Pasolini) aderirono alla sua richiesta di impegno per sensibilizzare alla cultura della prevenzione in campo medico, all’integrazione e ai diritti delle persone disabili. Fu lui a fondare l’Associazione “Mille Bambini a Via Margutta Onlus”.

Cosa puoi dirci del Torneo che porta il suo nome?

Ph. Maurizio Bucci

Piero credeva nel potere educativo e terapeutico del rugby: ventitré anni fa abbiamo istituito questo torneo abbinato all’impegno sociale, unendo le categorie U6, U8, U10, oggi U6 e U8. Un evento  sentito in Capitolina, l’unico su scala nazionale in cui non c’è classifica, né vincitori né vinti, ad eccezione del Fair Play per la migliore condotta in campo. 

Ogni anno è abbinato a un tema sociale: un anno la Donazione di organi, con l’invito di un’associazione specializzata, abbiamo distribuito carte per i donatori e sensibilizzato tutti i genitori al delicato impegno.

Protagonista anche la Ricerca scientifica: tre Ospedali romani, Gemelli, Fatebenefratelli e Bambino Gesù, si sono coordinati  con un’equipe che ha eseguito in Capitolina un elettrocardiogramma a quattrocento bambini tra una partita e l’altra del Torneo. Questo esame allora non era routine alla nascita, avveniva al momento della visita medico sportiva: i medici hanno utilizzato questi quattrocento screening per la ricerca su una fascia d’età Under 10. 

Di recente è stata la volta dell’AIDP, per sensibilizzare le persone a questa realtà con vendite di dolci fatti da volontari e mamme urchine  e cioccolate dell’Associazione. Abbiamo fatto conoscere i bambini del Progetto a tutta la Società, ospitato quelli di altri progetti che venivano da fuori Roma, con momenti di aggregazione e raccolta fondi. 

Pensi che noi donne abbiamo una particolare propensione a scendere in campo per gli altri? Nella tua esperienza, quali caratteristiche femminili favoriscono l’incontro con l’altro? 

Noi donne siamo forti, poliedriche, nel sostegno agli altri non ci risparmiamo, siamo efficaci e determinate, abbiamo lo spirito di servizio che nasce dall’essere madri e mogli, sì soprattutto mogli: senza ironia,  gli uomini in fondo cercano sempre il nostro aiuto, il nostro contributo organizzativo. 

La Onlus ha risentito dell’emergenza?

Certamente, come tutto il Club. Vista l’impossibilità di agire materialmente, può dare piccoli suggerimenti considerate le difficoltà relative a questi giorni:

  • Donate il sangue  ( i malati di altre patologie hanno bisogno)
  • Donate alla Caritas per i senza tetto (sono più soli ora che noi siamo a casa)
  • Aiutate l’anziano solo (magari il vicino di casa)
  • Partecipate ai momenti di aggregazione virtuali ( qualcuno si sentirà meno solo)
  • Godete dei momenti in famiglia ed apprezzate ogni istante con i vostri figli 
  • Fate crescere dentro di voi la forza di dire “Andrà tutto bene”.
Tirando un po’ le somme di questo intenso percorso, cosa ti riprometti per il futuro della Onlus?

Vorrei tanto che diventasse l’associazione di tutti i capitolini desiderosi di impiegarsi nel sociale: servirebbero più volontari, oltre a quelli occasionali, persone che sentano questa spinta e diano continuità al loro impegno.

È importante indirizzare i nostri figli a realizzare piccoli progetti mirati e condivisi, ognuno con le proprie capacità e risorse, insieme per rendere migliore questo mondo.

Francesca ha ricordato le tappe del suo impegno per gli altri e lo ha fatto in modo asciutto, non pretenzioso. La sua è un’etica realistica: non importa quantificare i risultati del proprio impegno, ma coltivare uno spazio nel nostro spirito in cui consideriamo i bisogni altrui per dare pienezza alla nostra condizione altrimenti orfana di significato.

 L’ho rivista di persona soltanto una volta prima di questa emergenza: uno dei nipoti, chiaro come una spiga d’oro, tentava una meta sul terreno sterrato dell’Urc  con un pallone delle sue stesse dimensioni, i polpacci tesi a squadra per opporsi alla pressione del pannolino che sbucava dal velluto beige del pantalone. E’ rotolato senza mollare la presa. Lei ha riso dicendo il suo nome senza la minima intenzione di risollevarlo, da nonna navigata. Io li ho osservati da lontano. Sono tornata casa, non li ho interrotti. 

Maria Palombella

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